putin, erdogan, khamenei, netanyahu: gli attori protagonisti della crisi siriana – il presidente …
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putin, erdogan, khamenei, netanyahu: gli attori protagonisti della crisi siriana – il presidente …

La crisi siriana è un mosaico di interessi e alleanze contrastanti tra i principali attori internazionali. Al centro della scena, il presidente russo Vladimir Putin non può perdere l'alleato Bashar al-Assad, che gli garantisce lo sbocco sul Mediterraneo. Tuttavia, il secondo fronte in Siria lo distrae dall'Ucraina (e viceversa).

Il presidente turco Recep Erdogan finanzia e arma i gruppi ribelli per contenere i curdi e sfogare le sue ambizioni neo-ottomane. Gli Stati Uniti osservano la situazione con attenzione, mentre Israele vuole indebolire il filo-iraniano Assad, ma un eventuale trionfo dei ribelli jihadisti (non certo amici degli ebrei) li allarma.

Il segretario di Stato americano Antony Blinken ha chiamato il ministro degli esteri turco Hakan Fidan per discutere della necessità di allentare l'escalation in Siria, dove i gruppi ribelli filo-turchi hanno inferto un duro colpo al regime di Bashar al-Assad. Durante il colloquio, Blinken ha sottolineato la necessità di allentare la tensione e di proteggere le vite e le infrastrutture dei civili.

USA, Francia, Germania e Gran Bretagna chiedono una “de-escalation” in Siria e sollecitano la protezione dei civili e delle infrastrutture. “L'attuale escalation non fa che sottolineare l'urgente necessità di una soluzione guidata dalla Siria al conflitto, in linea con la risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”, si legge nella dichiarazione rilasciata dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.

La Siria è un Paese cruciale per Mosca e Teheran, che perseguono interessi diversi e concorrenti. L'Iran considera il Paese come uno dei perni di un sistema che unisce il proprio territorio al Mediterraneo attraverso un “corridoio” che attraversa Iraq e Libano. Il Cremlino vede l'amico siriano come l'opportunità storica di “restare” con radici nel cuore del Medio Oriente.

La coalizione di ribelli è composta da una dozzina di fazioni con in testa il movimento più strutturato Hts. Godono dell'appoggio dei turchi, alcuni ricevono fondi dalle monarchie sunnite del Golfo. I curdi sono stati fondamentali nella lotta allo Stato Islamico al fianco degli occidentali, in particolare gli Usa. Il loro punto di forza è nel Nordest, ma erano anche presenti in alcuni quartieri di Aleppo.

La Turchia ha finanziato e armato alcuni gruppi con un doppio obiettivo: creare una fascia di contenimento dei curdi e disporre di “attori” locali per avere voce in capitolo. Non ha rinunciato, però, a trattare con i siriani e russi sempre con lo stesso intento. Conserva ambizioni che vanno oltre le dispute temporanee.

Gli Stati Uniti sono avversari della Siria e hanno numerose basi nel Nordest e nel Sudest. Mostrano bandiera, tengono d'occhio Teheran, sorvegliano un settore ricco di petrolio e strategico. Presenza agile con implicazioni regionali e internazionali.

I Paesi del Golfo, Emirati, sauditi, Qatar, hanno incoraggiato la ribellione, hanno garantito supporto per poi progressivamente riannodare i contatti con Assad. E le frizioni sono diminuite lasciando prevedere un nuovo inizio. Secondo alcune interpretazioni, la mano tesa all'ex nemico sarebbe anche un tentativo di spingere Damasco ad allentare i legami con gli ayatollah. Un disegno gradito dallo Stato ebraico: infatti c'è chi vede in molti degli eventi una manovra congiunta.

Israele vuole un Assad dimezzato, debole, però sempre sul trono. Un eventuale trionfo jihadista li allarma. Sono decisi nel contrastare l'Iran nel teatro siriano, per questo hanno condotto centinaia di incursioni per distruggere siti legati ai pasdaran e la filiera logistica che alimenta l'arsenale dell'Hezbollah libanese. Bombardamenti che hanno coinvolto anche centri di ricerca militari della Siria. In pratica una campagna per ostacolare il “corridoio sciita”.

La Giordania teme da sempre il contagio della rivoluzione, contraria alla violazione della sovranità siriana, denuncia le complicità tra Damasco e il network coinvolto nel traffico del captagon, droga sintetica molto diffusa in Medio Oriente.

Lo Stato Islamico resta pericoloso, specie nelle zone desertiche e nel Nordest. I numeri indicano un crescendo di azioni. È ostile ai ribelli perché li considera troppo morbidi, li bolla come rinnegati. È in lotta perenne con i curdi, attacca con imboscate e ordigni i lealisti. Ora cercherà di sfruttare a proprio vantaggio le difficoltà del potere centrale.

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